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Le associazioni A.Ge. raccolgono gruppi di genitori che, ispirandosi ai valori della Costituzione Italiana, delle Dichiarazioni dei Diritti dell’Uomo e del Fanciullo e dell’etica cristiana, intendono partecipare alla vita sociale per fare della famiglia un soggetto politico.

Ambiguità della censura. L’Age in commissione cinematografica.

di Davide Vespier

Non tutti forse sanno che l’AGe da anni è presente con un suo rappresentante in quelle che un tempo erano conosciute col nome di “commissioni censura”, presso la sezione cinema del Ministero dei Beni Culturali. A dispetto del nome infelice, si tratta di quei gruppi di valutazione, oggi meglio definiti di “revisione cinematografica”, che hanno il prezioso compito di visionare per primi tutti i prodotti audiovisivi che poi si immetteranno nel circuito cinematografico e, successivamente, in quello televisivo.

Lungometraggi, cortometraggi, documentari e persino spot pubblicitari, tutti devono guadagnarsi il “nulla osta” per la diffusione pubblica, che deve essere rilasciato o con l’indicazione “per tutti” o con un divieto: minori di anni 14, o minori di 18. Oggi ancora, nonostante l’ultima riforma varata che modificherà tanto la tipologia dei divieti quanto la procedura di revisione stessa e di cui parleremo in un’altra occasione, le commissioni che svolgono tale compito sono otto, ciascuna costituita da nove membri che si riuniscono in giorni diversi della settimana presso la sezione cinema del Mbac, sita a Roma nel complesso monumentale adiacente alla basilica di S. Croce in Gerusalemme.

I membri di ciascuna commissione sono i rappresentanti di alcune categorie dal cui confronto aperto e democratico dovrebbe emergere una valutazione equilibrata del prodotto filmico, non sulla base di criteri artistici, bensì afferenti all’ambito psicologico ed educativo, vale a dire valutando la ricaduta che quella visione potrebbe avere sulla psiche ed emotività di un minore e anche sulla costruzione del suo universo valoriale.

I nove commissari esprimono altrettanti punti di vista differenti, a partire da prospettive specifiche proprie della categoria di appartenenza. Essi sono: due rappresentanti delle associazioni genitori, uno psicologo dell’età evolutiva, un rappresentante della lega protezione animali, due delle case di distribuzione cinematografica, due esperti cinematografici e il presidente che è sempre un giurista, magistrato o docente universitario di diritto. Il dibattito che segue alla visione del film, e a richiesta anche all’audizione di un delegato della casa di distribuzione dello stesso che ne spieghi i risvolti narrativi e se vuole avanzi proposte di valutazione, può diventare confronto anche dialettico fra espressioni di tante diverse posizioni da cui spesso scaturisce una valutazione di buon senso, la più attendibile e comprensiva possibile, oserei dire, se tale confronto è franco e aperto, privo di reciproci pregiudizi, e tenuto conto comunque dei limiti insormontabili di poter fissare una linea di demarcazione rigida fra ciò che è dannoso e diseducativo e ciò che non lo è.

È a questo punto che può diventare prezioso il contributo dell’AGe per invitare a fare riferimento a quei criteri in qualche modo condivisi che meritano un “allerta” speciale e che sono generalmente: presenza di scene di violenza, uso esplicito di droghe, comportamenti autolesionistici che in qualche modo possano ingenerare il rischio di emulazione; oppure la narrazione di comportamenti lesivi della dignità della persona, ma anche degli animali, in tutte le diverse accezioni possibili; o comportamenti che si configurino come reato, senza la chiara interpretazione negativa degli stessi, e qui ci troviamo sempre ad insistere che per “chiara” si intenda facilmente decodificabile da parte del minore; volgarità o scene e tematiche inerenti la sessualità che possano turbare la suggestionabilità dei minori o interferire brutalmente con le scelte educative dei genitori.

È evidente che si tratta di temi caldi che, quando diventano oggetto di dibattito, inevitabilmente vanno a scoprire sensibilità e cultura degli interlocutori, nonché la visione esistenziale e/o ideologica personale. Ma c’è di più.

Occorre infatti considerare come su alcuni componenti possano premere anche altri fattori che già li orientano verso una valutazione meno ostativa possibile: interessi economici concreti che gravitano attorno alla distribuzione del prodotto filmico, soprattutto nel passaggio dal circuito cinematografico a quello televisivo. Ribadito che a prevalere dovrebbe essere sempre il buon senso e che, in una missione così delicata e per di più riguardo a questioni i cui confini possono essere in effetti a volte anche labili e soggettivi, il confronto aperto e senza pregiudizi si rivela l’unico percorso comunicativo davvero efficace, spesso le incomprensioni si verificano a causa di una eccessiva diffidenza, a volte anche strumentale, nei confronti delle posizioni opposte. Ad esempio, si percepisce nei riguardi dei rappresentanti dei genitori un atteggiamento di sottesa pretenziosità culturale da parte di chi proviene dal mondo del cinema, quasi che a muovere questi ultimi fosse sempre e solo la strenua difesa delle “ragioni dell’arte”, nei confronti di persone culturalmente poco illuminate, prevenute e magari anche bacchettone. Allo stesso modo, chi rappresenta la tutela del minore spesso vede nella controparte solo una presa di posizione faziosa, peraltro ipocritamente rivestita di progressismo culturale, che mira in verità a tutelare interessi economici e a favorire comunque la categoria, come gli affiliati di una consorteria, indifferenti ai reali obiettivi della commissione. Anche perché un prodotto con un qualsiasi limite di età verrà poi pagato dalla televisione molto meno rispetto ad uno “per tutti”.

Tra le opposizioni più consuete ad un divieto fa capolino la constatazione che scene di violenza o tematiche impattanti siano ormai sdoganate dal fatto che i minori di oggi sono continuamente in contatto con video espliciti su tutti i fronti attraverso il quotidiano accesso ad internet del tutto svincolato dalla vigilanza del genitore; attraverso gli stessi social, con cui si mette in comune più diffusamente materiale di ogni tipo e anche lì senza adeguato filtro; per non parlare di quello che abitualmente già passa in televisione anche nelle cosiddette fasce protette. Pur riconoscendo quanto sia vero un simile quadro della realtà, esso va affrontato se mai come una deriva da confinare e contenere e non come una legittimazione a che uno Stato non si senta più in dovere di vigilare sulla diffusione di contenuti audiovisivi, e di tutelare tanto il diritto di espressione quanto la dignità e difesa delle fasce più deboli della società.  È sempre opportuno far rilevare in questi casi come l’esistenza stessa di una “commissione di revisione cinematografica”, di cui si sceglie di far parte, è giustificata solo da una normativa che richiede di offrire un servizio di valutazione e anche di filtro che colposamente manca in altre situazioni e quindi che si tratta di richiamare doverosamente tutti allo specifico del proprio compito.

Alla fine di ogni discussione si delibera esprimendo ciascuno il proprio voto e si procede quindi alla verbalizzazione della riunione con l’esito della valutazione accompagnata da adeguata motivazione soprattutto in caso di divieto. Alla casa di distribuzione del prodotto interessato è data la possibilità di ricorrere in appello per chiedere una derubricazione, dopo una rivalutazione operata da due commissioni congiunte, diverse da quella che ha già visionato il film la prima volta.




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