Le associazioni A.Ge. raccolgono gruppi di genitori che, ispirandosi ai valori della Costituzione Italiana, delle Dichiarazioni dei Diritti dell’Uomo e del Fanciullo e dell’etica cristiana, intendono partecipare alla vita sociale per fare della famiglia un soggetto politico.

Abbiamo visto per voi: Gauguin.

Gauguin al cinema… almeno per stimolare la ripartenza

Regia di Edouard Deluc. Un film con Vincent CasselTuheï AdamsMalik ZidiPua-Taï HikutiniPernille Bergendorff. Genere Drammatico, – Francia2017durata 102 minuti. 

Che il cinema ripartisse era un evento che andava celebrato un po’ meglio. Con un’offerta che incentivasse a lasciarsi irretire dalla magia del grande schermo, assuefatti come siamo alla poltrona del salotto e alle serie televisive. Una liberazione da quarantena chiedeva che valesse la pena di uscire di casa per ascoltare una storia raccontata altrove. Ma queste storie non si trovano. O non si trova chi le sappia raccontare. Così la ripartenza langue, perché l’offerta non ha il sapore dell’arte. Aspetteremo settembre per pretendere anche la qualità, per ora forse è anche comprensibile arrancare… 

Fra i nuovi titoli campeggia questo Gauguin con Vincent Cassel, che tanto nuovo non è visto che è stato girato nel 2017, ma esce solo ora. È un classico genere biografico, che si concentra su un periodo particolare della vita e della parabola artistica del pittore, l’esperienza che più ha caratterizzato il suo straordinario talento, la sua vita polinesiana.  È un film lento, che manca di ritmo, che coltiva la tristezza, come sempre più l’offerta di questi ultimi anni, e che ci restituisce l’immagine di un uomo afflitto dal peso dell’arte che insegue come un’ossessione, ma che non gli dà niente. Il classico genio incompreso che però non suscita compassione, perché vive all’insegna di un individualismo innalzato a regola di vita per sé e per gli atri, in nome del quale tutte le creature attorno a lui devono rinunciare alle pretese di una vita normale. O, meglio, alla pretesa di essere amati. La moglie e i quattro figli lo raggiungono in una Parigi decadente e malsana, ospitati in una casa-studio in cui niente è pensato per loro, ma tutto sporco e maleodorante come la tana di un uomo che pensa solo ad inseguire se stesso.  Non si fa in tempo ad ammirare il coraggio di chi vuole percorrere una strada tutta sua, al di fuori delle convenzioni e anche della logica del guadagno, che subito si compatiscono quei bambini e quella moglie che, pur legata a lui, sente di non poterlo seguire in nome di una responsabilità genitoriale che Paul sembra non avere. Ed a partire da questo momento del film ci si pone il dilemma se sia giusto sacrificare tutto, anche gli affetti più cari, in nome dell’arte… Se fosse per denaro o carriera tutti sapremmo qual è la risposta eticamente accettata. Ma l’arte è un valore universalmente riconosciuto, per alcuni un’autentica missione che rende un servizio imperituro ai posteri. Oltre ad essere fuoco divorante, ossessione e malattia che non lascia molto margine di scelta. O così si direbbe per Gauguin. Si dirà pure che probabilmente le cose non andarono proprio come il regista le racconta e che comunque quelle tele spasmodicamente dipinte, che non gli fruttarono un franco in vita, restano oggi come pietre miliari della storia dell’arte contemporanea. Effettivamente a questi due ultimi rilievi chi scrive non sa cosa rispondere. E soprattutto il secondo risulta così vero che proprio per questo ci interroga: ma anche in nome di un bene così grande, è giusto sacrificare vite umane oltre la propria?

Ma torniamo al film. Gauguin parte da solo per la Polinesia, con animo avventuroso e ribelle, mentre la moglie torna dai suoi. Vive come un mendicante, si nutre come e quando capita, cosa che gli segna irrimediabilmente la salute. Non vende un quadro, come ribadisce anche la moglie nelle lettere con le quali occasionalmente gli invia del denaro.

I polinesiani sono ospitali e buoni e gli offrono cibo e anche una nuova moglie. La giovanissima Tehura, pare che nella realtà avesse tredici anni, è bella e intraprendente, e sembra attratta da questo signore europeo e dalla vita che sembra prospettarle. Lei lo segue lasciando i genitori.  Ma, poco alla volta, la situazione torna al punto di partenza e la povera Tehura acquista sempre meglio i contorni della nuova vittima sacrificale.  Mentre l’artista insegue il mito pre – romantico del “buon selvaggio”, di una vita fuori dalla civiltà e dalle convenzioni che contaminano una natura primigenia e istintuale di per sé pura e buona, convinto dell’indiscusso valore della sua arte e in attesa del “giorno che verrà”, anche la nuova moglie incomincia ad avanzare vecchie pretese: cibo e un vestito bianco per andare in chiesa. Lui la dipinge nuda in tutte le salse, costringendola ad ore estenuanti di posa. E a chi definisce il suo ritratto “una venere taitiana”, lui risponde che è l’ “Eva primordiale”. In conformità con la rifondazione etica e religiosa che vorrebbe operare. Tanto da ritrovarsi a imporre i suoi nuovi dogmi anche ad un suo allievo, che ha deciso di imitarlo scolpendo con uno scalpellino dei tronchi d’albero da vendere agli europei di passaggio, proibendogli di pensare alle vendite. Quello, invece, non lo ascolta e si inventa la produzione in serie, in base ai gusti dei compratori. Proprio lui che fuggiva orgogliosamente dalle regole impone a tutti il suo stile di vita, divenendo l’apoteosi del conformismo anticonformista, all’insegna di una nuova morale, un nuovo perbenismo che abbassa la scure della riprovazione su chi non osserva le “sue” regole. Ma torniamo a dirci che forse è solo la scelta del regista.

Anche Tehura vuole tornare dai suoi. Lui è costretto a fare il pescatore per vivere, cosa che in patria non avrebbe mai accettato di fare. Smette anche di dipingere. Diventa marito geloso, segregando in casa la moglie adolescente sempre più triste, che si innamora del giovane scalpellino.  Si trasforma nell’antagonista che ostacola l’amore naturale fra due giovani amanti tanto che si finisce per tifare che Tehura si slavi dall’orco. Finirà per tornare a Parigi.  E noi continuiamo a domandarci se con meno individualismo non avrebbe potuto conciliare genio e normalità…

Cassel è l’unico valore del film, per il talento camaleontico e l’espressività che gli permette di parlare anche con una smorfia del viso. Per lui, una grande prova d’attore.

Davide Vespier




Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi