Le associazioni A.Ge. raccolgono gruppi di genitori che, ispirandosi ai valori della Costituzione Italiana, delle Dichiarazioni dei Diritti dell’Uomo e del Fanciullo e dell’etica cristiana, intendono partecipare alla vita sociale per fare della famiglia un soggetto politico.

Padri separati, il dramma ignorato

Dati hoc: il 15% sopravvive con meno di 100 euro al mese. Da Università Cattolica e le di separati il primo dossier che dà voce ai protagonisti. Divorzio breve non è priorità: più urgente legge su mediazione familiare. Il 46,2% dei padri e il 49,6% delle madri non va oltre la separazione. Conciliazione del giudice inesistente: le udienze durano 15 minuti

 

La separazione come anticamera della precarietà, come condizione che apre la strada a una vita comunque più difficile, come punto di partenza per un isolamento crescente, per una situazione esistenziale più fragile, per uno sfaldamento progressivo di tutte le relazioni. Con l’ex partner, naturalmente, ma anche con i figli, con le rispettive famiglie d’origine, con gli amici. Da almeno un decennio a questa parte l’esperienza diretta di migliaia di persone si è incaricata di smentire progressivamente l’assunto mediatico secondo cui ‘separarsi è bello’. Atroce banalità di una certa vulgata pseudo progressista che adesso viene cancellata anche dai dati della prima ricerca mai realizzata in Italia con il contributo diretto delle associazioni di separati.

 

Non elaborazioni teoriche né saggistica ideologica. Ma dati concreti, vita vissuta, sofferenze reali e brucianti delle persone, ansie, attese e delusioni tradotte in oltre 300 pagine di dati e di considerazioni. Ne emerge una realtà filmata in presa diretta, con tutto il peso di situazioni quasi insostenibili, all’interno di una cornice in cui parlare di emergenza sembra quasi un beffardo eufemismo. Difficile descrivere in modo diverso, tra tanti altri dati, la situazione di autentica povertà, anzi di palese indigenza, in cui versano i padri separati. Un terzo di loro (30,6%), pagato l’assegno di mantenimento, dichiara di poter contare su un reddito residuo mensile che va dai 300 al 700 euro. Il 17% dai 100 ai 300 euro. E c’è addirittura un 15,1% a cui rimangono in tasca meno di 100 euro al mese, poco più di tre euro al giorno per sprofondare in una sopravvivenza da clochard, se non ci fossero le reti Caritas e degli altri enti assistenziali a soddisfare, almeno in parte, i bisogni più immediati.

 

Ma confermato – pur con cifre che nessuno immaginava così drammatiche – l’assioma separazione-povertà, la ricerca promossa dall’Istituto di antropologia per la cultura della persona e della famiglia e realizzata dal Centro di ateneo per studi e ricerche sulla famiglia dell’Università Cattolica grazie alla collaborazione dell’Associazione famiglie separate cristiane e di altre circa 40 associazioni di separati, presenta anche sorprendenti smentite. Non è affatto vero per esempio che la maggior parte dei separati acceda poi al divorzio. Ben il 46,2% dei padri e il 49,6% delle madri afferma di non aver fatto domanda per sciogliere definitivamente il proprio legame coniugale. Un dato che deve far riflettere sulla necessità di accorciare i tempi che devono intercorrere tra separazione e divorzio, come vorrebbe la legge già passata alla Camera nel maggio scorso e oggi in discussione al Senato. Oltre la metà dei separati che hanno accettato di rispondere al sondaggio – è bene ricordarlo – non considera questa legge come un bisogno prioritario, mentre ci sarebbero altri interventi legislativi considerati decisamente più urgenti. Quelli per esempio, come la mediazione familiare, finalizzati non tanto ad assestare il colpo di grazia al rapporto coniugale in tempi quanto più rapidi possibile, ma a verificare invece le possibilità di ricostruirlo.

 

La ricerca conferma tra l’altro che non esistono tentativi di conciliazione da parte del giudice. La durata media delle udienze? Quindici minuti, ad indicare, come sottolineato dalla maggior parte degli intervistati, che quando si arriva in tribunale «i giochi sono già fatti». Il tempo di due firme e, forse, della lettura affrettata di un paio di articoli del codice. Sui provvedimenti successivi però le opinioni di padri e di madri divergono profondamente. Mentre un terzo degli uomini ha dovuto subire o accettare qualche provvedimento (consulenza tecnica d’ufficio, indagine psico-sociale, ecc), il 90 per cento delle donne non è incorsa in alcuna decisione del genere. Anche per quanto riguarda il rapporto con i figli le esperienze di padri e di madri sono diametralmente opposte. Mentre il 72,7% delle donne separate vede tutti i giorni i propri figli, questa possibilità è riservata solo al 9.2% degli uomini. La maggior parte dei padri (41.9%) dichiara comunque di poter incontrare i figli «più volte alla settimana», ma c’è un 14,2% che racconta di riuscirci solo «più volte al mese» e addirittura un 13,9% che ammette con sconforto «non ho mai visto i miei figli nell’ultimo anno».

 

Punto culminante di una povertà relazionale e di una legislazione profondamente ingiusta che rende la vita dei padri separati decisamente peggiore rispetto a quella delle donne. Un quinto degli uomini dichiara di non poter contare su nessun parente e c’è addirittura un 10,7 % che sostiene di non aver nessun amico a causa delle lacerazioni successive alla separazione. Evidente come, in questo vuoto di rapporti, l’appartenenza associativa sia spesso l’unico approdo per tanti padri separati, che nella condivisione delle esperienze, cercano soprattutto risposte di tipo informativo, mentre le madri chiedono di socializzare e di scambiare esperienze, anche di fede. La ‘militanza’ risulta in ogni caso cruciale per tutti gli intervistati. Capacità di mediazione, accoglienza e mutuo- aiuto sono elementi che, concludono le ricercatrici, «permettono di affinare la consapevolezza di sé e di sviluppare un atteggiamento di fiducia e di speranza nella realtà sociale e nei propri scopi di vita». Almeno per quella sempre più esigua percentuale di padri separati che riesce a tirare avanti fino alla fine del mese.

Luciano Moia

(Avvenire, 14 febbraio 2015)




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