Le associazioni A.Ge. raccolgono gruppi di genitori che, ispirandosi ai valori della Costituzione Italiana, delle Dichiarazioni dei Diritti dell’Uomo e del Fanciullo e dell’etica cristiana, intendono partecipare alla vita sociale per fare della famiglia un soggetto politico.

Millennium – Quello che non uccide

Millennium – Quello che non uccide

Regia di Fede Alvarez. Un film con Claire Foy, Sverrir Gudnason, Lakeith Stanfield, Sylvia Hoeks, Stephen Merchant. Titolo originale: The Girl in the Spider’s Web. Genere Drammatico, ThrillerGran Bretagna, Germania, Svezia, Canada, USA, 2018, durata 117 minuti. Distribuito da Warner Bros Italia.

 Le saghe vanno avanti per inerzia, così che difficilmente una storia mantenga la stessa attrattiva dal primo all’ultimo film. Anzi, spesso si perdono consensi in concomitanza con lo scadere della qualità stessa del prodotto. E proprio questo sembra essere il caso dell’ultimo film “Millennium”, nella versione hollywoodiana, nelle sale con il titolo “Quello che non uccide”.

Il film vorrebbe procedere sulla scia del filone thriller, tanto spietato quanto sofisticato, in realtà non riesce a reggere il confronto con i primi titoli della versione svedese. Così che il tutto si risolve nel ritratto di una super eroina, la geniale e problematica hacker Lisbeth Salander, che sembra quasi uscita da Gohtam City. La super tecnologia che domina con disinvoltura le permette, infatti, di diventare la giustiziera misteriosa e funambola che difende le donne ancora una volta vittime degli uomini. In una dimensione talmente surreale da colorarsi di fumetto gotico. L’intensità dell’azione, poi, a poco a poco sale, seguendo un climax ascendente che sfocia nella violenza rocambolesca di una “Rambo” al femminile, arrabbiata con il mondo da cui per lo più è incompresa, con un passato torbido e doloroso alle spalle e una voglia di riscatto dal male come tara ereditaria. Perché la storia familiare di Lisbeth qui si complica con l’aggiunta di un tassello inquietante. Non bastava quello che già sapevamo, di un padre malvagio criminale e un fratello gigante mostruoso e feroce; adesso spunta pure una sorella che, condividendo con la protagonista lo stesso tragico passato, ne incarna il risvolto negativo, trasformandosi nella perfetta antagonista: il cattivo alter ego del buono. Sorella che reca i tratti del criminale psicopatico, che in qualche modo accusa Lisbeth della sofferenza che ha contraddistinto la sua infanzia e la sua adolescenza.

Attraverso vari flashback, infatti, si chiarisce come il già oscuro genitore fosse pure un sadico violentatore incestuoso, da cui deriveranno le deviazioni delle figlie.

Oltre  alle difficili relazioni familiari e alla violenza come figlia della violenza, il film tratta implicitamente anche il tema della vulnerabilità cui ci espone un’informatizzazione sempre più diffusa in ogni aspetto della nostra vita privata e lavorativa. Pare proprio che una fitta tela di ragno si sia insinuata tra le pieghe della nostra esistenza, attraverso la quale un criminale informatico potrebbe spiarci, ricattarci e manovrarci indisturbato. La nostra eroina sa come muovere questi fili sottili, oltre che come procurarsi sofisticate strumentazioni, da cui i “super poteri” di cui sembra essere dotata. Abilità sorprendenti, che la rendono una guerriera dei nostri giorni, certo surreale nelle sue prodezze più estreme, ma allo stesso tempo realistica, profilandosi come un’eventualità possibile agli occhi soprattutto degli adolescenti l’esercizio di un virtuosismo tecnologico che sa di prodigio. Ma allo stesso tempo, sull’altro lato del fronte, una condizione spaventosa che ci rende tutti possibili bersagli.

La tensione emotiva si avverte fin dall’inizio, ma è soprattutto la violenza cruenta e le sequenze torbide dei flashback che alludono alla violenza familiare ad aver fatto propendere la commissione di revisione cinematografica per l’attribuzione a maggioranza di un vm 14.

Davide Vespier




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