Le associazioni A.Ge. raccolgono gruppi di genitori che, ispirandosi ai valori della Costituzione Italiana, delle Dichiarazioni dei Diritti dell’Uomo e del Fanciullo e dell’etica cristiana, intendono partecipare alla vita sociale per fare della famiglia un soggetto politico.

Genitori omosessuali, il nodo adozioni

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Nel Ddl Cirinnà sulle unioni civili prevista l’adozione da parte del partener omosessuale del genitore. Una disamina approfondita degli studi di opposte tendenze dimostra l’impossibilità della ricerca scientifica di dichiarare che non c’è “nessuna differenza” ad avere genitori omosessuali o eterosessuali. Ma il legislatore finge di ignorarlo.

Come vive un bambino con due genitori omosessuali? Privare in modo consapevole un bambino della ricchezza derivante dalla differenza sessuale assicurata da una mamma ‘donna’ e da un papà ‘uomo’, può essere definita una scelta saggia? Non sono domande accademiche. Purtroppo. La cosiddetta stepchild adoption – cioè l’adozione da parte del partner omosessuale del genitore – prevista dal disegno di legge Cirinnà, ci obbliga ad affrontare il tema in modo esplicito. Perché potrà succedere che, tra qualche mese, un’eventualità solo ipotetica – e che per noi rimane disastrosa sotto il profilo educativo – si trasformi in una legge dello Stato.

Diciamo subito che l’analisi di decine e decine di studi, di opposte tendenze, realizzati soprattutto negli Stati Uniti in questi ultimi trent’anni, non permette di arrivare a conclusioni certe, o almeno condivise. O meglio. Per sostenere l’opportunità di non deviare dalla ‘via classica’ all’educazione dei figli – una mamma e un papà che si amano nel quadro di un normale rapporto coniugale – c’è una ‘ricerca sul campo’ che non ammette discussioni. È quella che sta dando buoni frutti da alcuni milioni di anni e da cui hanno tratto beneficio molti miliardi di persone. Non c’è bisogno di dimostrarlo. Tutti ne abbiamo esperienza diretta. Sul fronte opposto la stessa Apa (American psychological association), che in questo ultimo decennio molto si è agitata per arrivare a mostrare risultati ‘politicamente corretti’, non è stata in grado di produrre ricerche adeguate. Anche perché la maggior parte degli studi presentati come ‘decisivi’ dai sostenitori della ‘pedagogia gender’ sono stati puntualmente contestati da esperti convinti dell’esatto opposto.

 Lucia Rabboni, giudice minorile a Lecce, che ha recentemente affrontato il problema nell’ambito di un incontro organizzato dal Centro Studi Rosario Livatino, ha sottolineato come la mancanza di «evidenza scientifica dell’indifferenza per il minore dell’essere cresciuto da una coppia eterosessuale o omosessuale» dovrebbe indurre il legislatore a «frenare l’inopportuna accelerazione che porterebbe l’Italia da retrovia della tutela dei diritti delle persone Lgbt ad avanguardia totalmente dimentica» del reale interesse del bambino. Invece, come è evidente, sta succedendo l’esatto contrario.

 Eppure basterebbe scorrere, almeno in modo sintetico, l’elenco degli studi a disposizione per constatare un’evidenza macroscopica. La confusione e la conflittualità sono tali da consigliare attenzione e prudenza. Gli esperti che si sono occupati di analizzare le ricerche, sono concordi nel sottolineare la debole evidenza scientifica dei dossier raggruppati sotto il comune obiettivo della ‘nessuna differenza’ tra genitori eterosessuali e omosessuali. Nicholas Cummings, ex presidente dell’American psychological association, docente emerito di psicologia all’Università del Nevada, ha ammesso che, tra i dati ricorrenti di questi studi c’è, tra l’altro, l’esiguità del campione, la difficoltà di esaminare in modo scientifico dati provenienti da situazioni sociali e geografiche diversissime, la soggettività di analisi spesso condotte da esperti che sono allo stesso tempo attivisti Lgbt.

 Ma l’aspetto che lascia più sconcertati è la presenza, nella maggior parte degli studi, di coppie quasi unicamente ‘femminili’. Oppure femminili, ma anche con trascorsi eterosessuali, per cui anche i figli avevano vissuto a lungo in contesti tradizionali.

 Quando poi dal fronte degli psicologi ci si sposta a quello dei pediatri, la situazione non cambia. Anzi, s’aggroviglia ancora di più. I sostenitori della ‘gender education’ portano spesso a sostegno delle proprie tesi ‘la considerevole mole di dati’ presentata dai dossier dell’American academy of pediatrics.

 Quando però si va a mettere il naso in queste ricerche, si vede come questi ‘cospicui studi’ non sono altro che nove, fragili, ricerche, che mostrano gli stessi vizi d’origine di quelle psicologiche. Del resto, anche una delle più strenue sostenitrici della tesi della ‘nessuna differenza’, Charlotte Patterson, docente all’Università della Virginia e attivista lesbica, al termine di una verifica delle ricerche più significative del settore, ha ammesso che «la ricerca sui genitori omosessuali e sui loro figli è ancora molto recente e relativamente scarsa».

 Stessa conclusione a cui è arrivata nel 2012 la rivista francese di psichiatria ‘L’Encephale, nell’ambito di un’ampia ricognizione degli studi esistenti a livello internazionale. Molto ampia la scelta per quanto riguarda le coppie lesbiche, con risultati considerati accettabili per quanto riguarda lo sviluppo emozionale e cognitivo dei bambini, mentre gli scarsi approfondimenti a disposizione sulle coppie maschili hanno evidenziato un aumento di problematiche psico-sociali per i figli. La conclusione comunque appare concorde: in nessun caso la qualità e la scientificità delle ricerche appare tale da poter affermare che per un bambino non c’è ‘nessuna differenza’ tra l’avere genitori eterosessuali oppure omosessuali. E quindi, fino a prova contraria, la differenza rimane. Eccome. Solo il legislatore finge di ignorarla.

 

Luciano Moia

(“Avvenire”, 27 maggio 2015)




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