Le associazioni A.Ge. raccolgono gruppi di genitori che, ispirandosi ai valori della Costituzione Italiana, delle Dichiarazioni dei Diritti dell’Uomo e del Fanciullo e dell’etica cristiana, intendono partecipare alla vita sociale per fare della famiglia un soggetto politico.

“Euforia”, film visionato in commissione cinematografica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

EUFORIA

Regia di Valeria Golino. con Riccardo Scamarcio, Valerio Mastandrea, Isabella Ferrari, Valentina Cervi, Andrea Germani

Genere DrammaticoItalia, 2018, durata 115 minuti.

Euforia è un film raffinato. Uno dei pochi del più recente panorama italiano, che finalmente mette a frutto le tante belle doti degli attori nostrani, troppo spesso imprigionati da regie sterili e prive di visione. Si tratta di un eccellente prodotto che ha saputo raccontare, al di là della sua stessa trama, una condizione ed un malessere, un rapporto affettivo e alcune identità, giocando sul linguaggio e sulla forma. Perché in fondo solo questa è “arte”, il saper raccontare…

Il ritmo è delicato, le scene sono studiate, il gioco della mimica e dei volti eloquente tanto quanto le parole, senza il timore, troppo spesso avvertito dal cinema italiano, che curare la forma sia un’oziosità stucchevole.

Il difficile rapporto tra fratelli in un momento di dramma familiare: la scoperta di un incurabile tumore cerebrale del più grande dei due. Tutto scaturisce da qui. Il più giovane, manager di successo dalla vita apparentemente piena di gratificazioni, offre il suo aiuto economico e morale al maggiore che, invece, vive visibilmente in una forte frustrazione esistenziale derivata dal confronto con le realizzazioni dell’altro. Oltre, ovviamente, la spada di Damocle della malattia che gli pende letteralmente sulla testa. Come la malattia sia una condizione per ripensare a tutta una vita e riconsiderare gli affetti perduti; in quale rapporto debbano stare verità della diagnosi e “misericordiose bugie”, quando in gioco ci sia la serenità e l’equilibrio psicologico di un proprio caro; cosa significhi essere fratelli nonostante le competizioni e le rivalità, le gelosie e le distanze che separano i diversi percorsi; e come si riesca a dire, nonostante tutto, “ti voglio bene”; questi i temi attraversati con sapienza ed equilibrio dalla regia di Valeria Golino.

Il cast è zeppo di interpreti di tutto rispetto, noti per intensità e personalità: primo fra tutti, Riccardo Scamarcio che dà prova di versatilità brillante e spontaneità disarmante, in forza soprattutto di una espressività che ha del virtuosistico. È l’uomo la cui vita gira sempre nel modo giusto, in tutte le sfere in cui si declina l’esistenza, soldi, amori, amicizia… eppure è un tossicomane che sfugge dai fantasmi di una giostra che, in fondo, sta girando a vuoto… Poi, le brave e camaleontiche Jasmine Trinca e Valentina Cervi; Isabella Ferrari, e infine Vaerio Mastrandrea, perfettamente calato nel ruolo di fratello malato, geloso, frustrato, un uomo – orso incapace di scoprirsi fragile e bisognoso. C’è spazio pure per un quasi cameo di Iaia Forte nei panni di commessa di una profumeria del centro. Quale lusso!

 

Il film esce nelle sale senza restrizioni, nonostante alcune scene di consumo esplicito di cocaina. A rilevarlo come problematico per la visione da parte di minori, soprattutto in vista del fatto che dalle sale cinematografiche il film passerà facilmente nella programmazione tv in prima serata, era il fatto che questo uso di stupefacenti venisse raccontato come prassi consueta e del tutto naturale all’interno della vita di una persona di successo. Dunque, non in un contesto degradato o di criminalità, ma anzi, ad una prima superficiale lettura, come il corollario inevitabile di chi frequenta proprio il bel mondo. E sebbene possa essere una fotografia veritiera di certe realtà, solleva comunque lo scrupolo di chi si chiede come raccontarlo ad un minore.

A far propendere, però, per una valutazione comunque favorevole alla visione “per tutti” (anche se a maggioranza), due o forse tre considerazioni: la prima, è che nel corso della storia si evince chiaramente come il protagonista abbia un approccio compulsivo con le droghe, così come anche con il sesso per come si intuisce da una scena, nelle quali cerca una soluzione temporanea ad una incomprensibile infelicità. Che tali soluzioni siano inadeguate, e pure autodistruttive, è chiarito dalla sequenza in cui il protagonista, dopo aver consumato con spasmodica avidità un cocktail di stupefacenti e farmaci, offre lo spettacolo più degradante di sé mostrando il volto dello sconforto più totale che si cela dietro la maschera dei suoi tanti successi e, in bilico sul cornicione del suo terrazzo, rischia il suicidio… per poi perdere conoscenza e finire in ospedale. La seconda considerazione è che il taglio delicato della regia comunque ovatta e alleggerisce l’impatto di quegli episodi che, salvo in due casi, si riconducono a delle allusioni. La terza, poi, è indubbiamente il confronto con quanto comunque abitualmente già passa in tv, che sebbene si presenti pure come una deriva da arginare, dall’altra parte funge inevitabilmente come elemento implicito di paragone. Ne aggiungo addirittura una quarta: in ogni caso è sempre raccomandabile la presenza di un genitore a guidare i propri figli nella scelta e comprensione di certi film, perché, se è giusto che una programmazione tv debba tener conto delle categorie più fragili, è anche vero che non si raccomanderà mai abbastanza la responsabilizzazione dei loro primi tutori, il cui ruolo educativo deve essere coadiuvato, ma mai sostituito.

Consigliato sopra i 12 anni.

Davide Vespier




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