Le associazioni A.Ge. raccolgono gruppi di genitori che, ispirandosi ai valori della Costituzione Italiana, delle Dichiarazioni dei Diritti dell’Uomo e del Fanciullo e dell’etica cristiana, intendono partecipare alla vita sociale per fare della famiglia un soggetto politico.

Bullismo e Cyberbullismo: i fraintendimenti della comunicazione e le derive educative

I bulli ci sono sempre stati. Tradizionalmente legati alla logica del branco, sia quando il bullo ne è il capo, sia quando è il narcisista che si esibisce di fronte a un pubblico che applaude alle sue bravate.

Oggi si parla molto di questo tema, intanto perché lo si riconosce come problema sociale e poi forse perché viviamo in una società più cinica. Sembra che oggi si educhi meno alla correttezza e al rispetto umano, e molto di più alla competitività e all’autodifesa, che può significare in molti casi… aggredire per primo…

Mi pare evidente questo anche nelle relazioni uomo/donna all’interno del gruppo di adolescenti, come una classe di liceo; sembra che nessuno più insegni alla componente  maschile come ci si comporta con una ragazza; certamente vale anche il contrario, ma relativamente al problema dell’aggressività è più facile che una ragazza soccomba di fronte ad un gruppo di compagni maschi prepotenti, che viceversa.

 

Un altro ostacolo è la percezione che molti adulti ancora hanno, quando si segnalano problemi di questo tipo, di volere in qualche modo rievocare un’educazione passatista, ritenuta inaccettabile ai nostri giorni.

Ma non si tratta certo di voler spolverare il “manuale di cavalleria”, bensì di educare al rispetto umano, che per un ragazzo vuol dire anche capacità di sapersi relazionare con una ragazza. È vero che la società è cambiata e così il ruolo della donna all’interno di essa e le stesse relazioni, ma se ciò che valeva un tempo non vale più, bisogna comunque trovare nuovi principi e nuove norme comportamentali, un nuovo “galateo” o più correttamente nuovi paradigmi educativi da indicare ai nostri ragazzi, perché certo non siano lasciati soli nel cercare di decodificare il complicato rapporto con l’altro per antonomasia, che è l’altro sesso.  Insisto su questo punto anche in considerazione del fatto che la maggior parte delle vittime di cyberbullismo è costituita da donne.

 

Un’ altra difficoltà dell’adulto, è rispetto proprio alla dimensione cyber del fenomeno,  e nasce dalla ambiguità dei comportamenti del preadolescente e ancor di più dell’adolescente, ambiguità che è pure caratteristica appunto di questa età della vita, vale a dire l’incoerenza tra l’estrema sicurezza, per non dire spavalderia, che ostentano i nostri ragazzi nell’utilizzo di questi strumenti, padroneggiandoli con una familiarità che oltre che sorprenderci ce li fa ritenere più che consapevoli di quello che stanno facendo, e poi l’incoscienza che dimostrano nel cadere in certi errori, anche grossolani, ma che sono ancora errori relazionali, che dimostrano come in realtà non sappiano veramente valutare le conseguenze di certi gesti, non si rendano conto soprattutto della potenziale pericolosità dello strumento che stanno utilizzando, cioè quella velocità di veicolare informazioni in maniera capillare, che è pure il pregio di questi stessi strumenti.

I social, infatti, potenziano tutto della comunicazione, pregi e difetti: la capacità di dire come quella di calunniare; di esternare un bisogno come di pettegolare. La velocità e la globalità potenziano un atto a tal punto da superare nei suoi effetti l’intenzione stessa di chi lo ha provocato. Trasformando quello che voleva essere solo uno scherzo o un dispetto, in un atto persecutorio che non avrà mai fine… anche perché internet non conosce l’oblio… E questo vale anche per chi espone se stesso al pericolo di divenire vittima di cyberbullismo fotografandosi o riprendendosi in situazioni intime o per lui imbarazzanti, senza capire che al di là della fiducia che può riservare per il destinatario di quelle immagini, basta davvero un click perché tutto arrivi a tutti… un po’ come giocare con l’accendino accanto a una pompa di benzina….

 

La parola d’ordine, a mio parere, è ancora vigilanza, purtroppo per gli educatori di sempre, in primis i genitori e quindi gli insegnanti, non abdicando da questo compito con la scusa che è quasi impossibile sorvegliarli; quel “quasi” è giusto il terreno su cui agire a cui non bisogna rinunciare, perché in ogni caso si trasmetterà all’adolescente la sensazione che non tutto è scontato; la presenza attenta del genitore, per quanto percepita come fastidiosa e ingombrante, trasmetterà un “all’erta” nel ragazzo, quasi senza che se ne accorga.

Prima e dopo della vigilanza, occorrono le parole, occasioni in cui parlare del problema per segnalarlo continuamente alla coscienza di tutti.

Infine, non dovrebbe mai mancare la testimonianza diretta dei ragazzi stessi, di chi ha vissuto queste esperienze provenendo da contesti comuni.

 

Concluderei richiamando un diritto che molto spesso tutti noi sottovalutiamo… ognuno ha diritto alla sua buona fama, tutto ciò che la danneggia, dal pettegolezzo, alla mortificazione inflitta davanti al pubblico dei propri pari, dei propri compagni, alla diffusione sui social di materiale imbarazzante, lede profondamente la dignità di persona. Rispetto a questo argomento gli adolescenti non si mostrano equilibrati: o esasperano l’importanza della opinione pubblica, la cosiddetta “popolarità” di certi film americani ambientati fra studenti, o la minimizzano rispetto all’altro non valutando a pieno gli effetti di certe aggressioni al suo buon nome. Anche questa superficialità è figlia tanto dell’età ancora immatura, quanto delle lacune di un’educazione che non allena più ad uscire dal ristretto circolo del sé per provare a mettersi nei panni dell’altro.

Davide Vespier, consigliere A.Ge. Nazionale

 

 




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