Le associazioni A.Ge. raccolgono gruppi di genitori che, ispirandosi ai valori della Costituzione Italiana, delle Dichiarazioni dei Diritti dell’Uomo e del Fanciullo e dell’etica cristiana, intendono partecipare alla vita sociale per fare della famiglia un soggetto politico.

“Blue Whale” sotto l’ombrellone

Anche oggi, e perfino in spiaggia, l’argomento virale di cui tutti parlano è la fatidica “blue whale”. Perfino i nonni ne parlano tra loro dicendosi perplessi e sconvolti di come uno strumento così piccolo come uno smartphone possa essere tanto pericoloso. E pronunciano il termine in inglese pressochè perfetto, probabilmente ne hanno sentito parlare, e molto, in TV. Del resto basta fare zapping di pomeriggio tra i programmi e in tutti i talk show non si parla d’altro.  E dire che sono tre anni che questo temibile “gioco” gira nel web. Ma tant’è che ne hanno parlato a “le jene” e, come tanto bene sanno fare loro, ne hanno fatto un caso nazionale. Ricordatevi che il programma citato ha successo in base a quanto si parla dei loro servizi, quindi il sensazionalismo è sempre molto esasperato.

Intanto che cos’è la blue whale: è un challenge, una sfida on line da portare avanti in 50 azioni, una al giorno, in cui ci sono sfide del genere: “non parlare con nessuno per un giorno intero” a “svegliati presto e guarda film del terrore” … fino all’ultima che sfida il giovane al suicidio. In realtà non ci sono casi di suicidio accertati senza ombra di dubbio a causa di questa maledetta challenge in Italia.

Fatto sta che ieri mi chiama una mamma preoccupata e mi chiede, in quanto presidente di una associazione di genitori, cosa possiamo fare noi per far smettere di parlare di questo “gioco”. Questa signora ha una figlia di 13 anni e mi dice che hanno visto insieme il programma de “le jene” e da quel giorno la figlia ne sembra ossessionata, tanto da fingere con lei di avere affrontato la sfida di autolesionismo “dipingendosi” sul braccio con i colori la balena. Mi dice che è stata fortunata rispetto a tanti altri genitori di avere visto il programma insieme alla figlia e di averne parlato a lungo con lei. Si domanda quanti fragili giovani che vengono lasciati soli davanti alla tv o che ne sentono parlare e, incuriositi da tanto clamore, cercano notizie e ne rimangono intrappolati. Quanti genitori sono capaci di avere un dialogo aperto con i propri figli tanto da capire le loro fragilità e sono capaci di aiutarli in questo loro difficile percorso di vita che è l’adolescenza?

Il fatto è che la blue whale non è che un sintomo del disagio giovanile degli adolescenti di oggi. Non è di certo il problema. IL suicidio di ragazzi con meno di 20 anni in Italia è la seconda causa di morte (dopo gli incidenti autostradali). Nell’ultimo anno statisticamente rilevato (2010) sono stati 78 i casi di minori (fino ai 19 anni di età) che hanno deciso di togliersi la vita, ma oggi si parla di un forte aumento.

La polizia postale, che spesso collabora con AGe nelle scuole e con i genitori nella formazione circa l’uso corretto delle nuove tecnologie, ci da dei consigli su come comportarci con i nostri figli nel caso di Blue Whale. In realtà ci possiamo benissimo rendere conto di come i consigli che ci danno vanno benissimo per tanti altri argomenti che riguardano il WEB: il cyberbullismo, la pedo-pornografia, il gioco patologico e tanti altri argomenti che coinvolgono i nostri figli con numeri purtroppo molto più importanti.

Quindi ben venga l’allarme se serve a far aprire gli occhi a nonni e genitori circa quanto combinano i loro nipoti e figli nel web, ma facciamo attenzione a non creare sensazionalismo e quindi, per curiosità, a spingere i nostri figli a provare questa sfida.

La strada migliore che l’AGE consiglia è: sempre allerta e dialogo aperto con i nostri figli.

 

Ivana Staffolani – AGe Marche




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