Le associazioni A.Ge. raccolgono gruppi di genitori che, ispirandosi ai valori della Costituzione Italiana, delle Dichiarazioni dei Diritti dell’Uomo e del Fanciullo e dell’etica cristiana, intendono partecipare alla vita sociale per fare della famiglia un soggetto politico.

Abbiamo visto per voi: il documentario su Chiara Ferragni …

… Magari è un’occasione di dialogo.
Il documentario sulla vita di Chiara Ferragni furoreggia nelle sale di tutta Italia, perché schiere di adolescenti aspiranti influencer sperano di poter carpire i suoi segreti. A molti adulti, invece, il solo nome di questo nuovo personaggio dei tempi moderni procura un’immediata idiosincrasia come il simbolo della vacuità fatta business.
Resta il fatto che l’eterea Chiara sia per eccellenza il “fenomeno dei nostri giorni”, che vada quindi necessariamente bene interpretato, senza concessioni ma anche senza demonizzazioni certamente, non fosse altro che per l’attrazione che esercita su tante giovani menti.
Il documentario in sé e per sé non sembra raggiungere lo scopo di raccontarci autenticamente una realtà, perché non si pone l’obiettivo di offrire una narrazione distaccata e lucida, ma si limita piuttosto a fare l’agiografia della protagonista, giovane donna tutta pregi e virtù. D’altro canto il video mette in luce pure una famiglia d’origine tutt’altro che comune, attraverso inserzioni di riprese amatoriali girate dalla madre della Ferragni, appassionata fotografa, in vari viaggi per il mondo, che ci rendono lo scorcio di un quadretto familiare privilegiato, che in qualche modo ha offerto alla figlia l’opportunità di farsi strada nel mondo della moda. Sempre la madre, che nel documentario prevale fortemente con la sua personalità, già lavorava nel mondo della moda (ed oggi si fa strada come scrittrice…) e in tutto e per tutto sembra sia stata la manager della figlia. Il quadro che emerge dunque non è più il miracolo della ragazza della porta accanto che improvvisamente raggiunge il successo… e forse questo è già il primo mito da sfatare nell’immaginario di tante adolescenti; quello cioè di una ragazza come tante che ora cammina sui red carpet per avere semplicemente fatto quello che ciascuna di loro fa abitualmente tutti i giorni: comunicare sui social. Inventandosi tutta da sola un lavoro che fino a qualche tempo fa non si immaginava neppure.
Un altro spunto di riflessione è quello offerto dallo stesso mercato che gira attorno alle Ferragni e co. Un mondo patinato che è normale attragga le più giovani, ma c’è da chiedersi quanto questo mondo sfrutti la suggestionabilità e influenzabilità degli adolescenti per muoverli a consumare e spendere. Adolescenti che sono il primo bersaglio delle case produttrici soprattutto di quegli articoli legati all’immagine e allo status simbol: fino a che punto è lecito far leva sulla fragilità identitaria che li contraddistingue iniettando in loro la “necessità” di apparire in un determinato modo? Adolescenti che, tra l’altro, si trovano a disporre di molto più denaro dei loro coetanei di 15 o 20 anni fa.
Quello dei giovanissimi resta il target di riferimento attorno al quale gira il mercato perché i più suggestionabili e manovrabili dalle tendenze e quelli che oggi spendono anche più degli adulti, perché capaci di ottenere tutto ciò che chiedono e con una posizione di preminenza all’interno dello stesso contesto familiare che un tempo non avevano.
Ne viene fuori il solito dilemma educativo: se ad essere più insidiosa sia effettivamente la realtà che ci circonda o è invece la nuova realtà interna alla famiglia che rende i ragazzi più esposti, perché in sostanza in balia di se stessi e di chi se ne voglia approfittare. Non stupisce che i ragazzi siano attratti dal luccichio dell’effimero, forse è la cosa più naturale del mondo perché più istintiva, oggi come ieri, stupisce piuttosto che la funzione genitoriale stia sbiadendo sempre di più dietro a un preteso adeguamento a idee pedagogiche ritenute più moderne e progressiste secondo le quali non sarebbe giusto frapporsi alle richieste dell’adolescente o limitarlo con regole, costringerlo a compiti e doveri.
Verrebbe da chiedersi in cosa consista allora il ruolo di “guida” o se anche questa visione della figura genitoriale sia stata ormai surclassata da quella del “compagno di viaggio”.
Considerazioni come queste aprirebbero un dibattito infinito e per questo mi taccio, lasciando la parola a chiunque altro volesse contribuire, limitandomi solo a porre qualche spunto; consapevoli tutti che non esistano ricette ma anche che sia indispensabile parlarne, non fosse altro che per ammettere i propri limiti. Questo mi porta a pensare che probabilmente un genitore di un fan della Ferragni, e del mondo che si trova a rappresentare, dovrebbe prudentemente guardare il documentario insieme al figlio, per offrire quanto meno un aiuto all’interpretazione di quel fenomeno mediatico e magari discutere con lui delle sue ambizioni e dei suoi sogni, per scoprire quale mondo valoriale esprima e possibilmente il suo progetto di vita.
Davide Vespier




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