Le associazioni A.Ge. raccolgono gruppi di genitori che, ispirandosi ai valori della Costituzione Italiana, delle Dichiarazioni dei Diritti dell’Uomo e del Fanciullo e dell’etica cristiana, intendono partecipare alla vita sociale per fare della famiglia un soggetto politico.

Abbiamo visto per voi: Green Book

Regia di Peter Farrelly. Un film con Viggo Mortensen, Mahershala Ali, Linda Cardellini, Sebastian Maniscalco, P.J. Byrne.  Genere CommediaUSA, 2018, durata 130 minuti. Uscita cinema giovedì 31 gennaio 2019 distribuito da Eagle Pictures.

La narrazione serena di un film già visto, che celebra un’amicizia apparentemente impossibile, sullo sfondo di un’America anni sessanta ancora dolorosamente segnata dalla segregazione. Soprattutto al sud. Un nuovo “A spasso con Daisy”, di cui riecheggia anche il tema del viaggio che diventa romanzo di formazione per entrambi i protagonisti. Ma una storia vera, come preannunciato all’inizio e ribadito alla fine del film con tanto di sequenze fotografiche dei reali protagonisti della vicenda e didascalie sulla loro sorte.

Ma cosè Green book? È proprio un “libro verde”, un opuscolo vademecum per viaggiatori di colore che illustrava le diverse leggi che regolamentavano la non sempre facile convivenza tra bianchi e neri nei diversi stati d’America e soprattutto indicava luoghi di ritrovo e hotel colored friendly

Questa mappa è messa in mano a Tony Vallelonga, meglio conosciuto nel Bronx dove è cresciuto come Tony Lyp, di origini italiane e non privo di qualche pregiudizio. Vive come buttafuori di un noto night club newyorkese, figura grottesca e pure capace di districarsi fra le tentazioni di facili guadagni, che gli provengono da loschi ceffi della malavita, rude e litigioso eppure padre e marito amorevole.  D’un tratto il night chiude e si ritrova a dover accettare la proposta di lavoro come autista – tuttofare, tra cui anche una sorta di guardia del corpo, di un raffinato musicista, virtuoso del pianoforte, plurilaureato gentiluomo afroamericano…  La condizione esistenziale del talentuoso Don Shirley è estremamente complicata proprio in forza di quel successo che lo riscatta socialmente dallo stereotipo nero e che pure lo condanna ad una disperata solitudine. Perché l’origine di ogni stereotipo, e del pregiudizio che ne consegue, è nel bisogno di appartenenza e di identità che degenera. Egli sperimenta sulla propria pelle che andare aldilà delle etichette è dovere morale di libertà, ma è anche affliggente spaesamento, perché anche una gabbia dopo tutto può essere una casa. Per chi non ha dove posare il capo.

La caratterizzazione dei personaggi appare un po’ troppo tipizzata, riuscendo ingenua in alcuni tratti e scadendo nell’ulteriore stereotipo italoamericano. Quest’ultimo, però, magistralmente interpretato da un Viggo Mortensen ingrassato per l’occasione e perfettamente naturale nei panni del burbero buono, sempre a un passo dallo sferrare un pugno.

In un mondo legato alle etichette, un uomo in crisi di identità; non solamente il razzismo sembra essere il tema di questo film, che ha già vinto il Golden Globe come migliore commedia. “Il talento non basta, ci vuole coraggio per cambiare il cuore della gente”, questa la frase più bella da trattenere, mentre l’immagine è quella di un pianista di colore che in un bar per soli neri, in uno sperduto sud del Mississippi, osa suonare Chopin. Non solo jazz dopotutto.

Particolarmente raccomandato per tutta la famiglia.




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